Lavare le vesti nel sangue dell’Agnello

Festa del Preziosissimo Sangue di NSGC

Es 12,21-27; Sal 115 (116); Ap 7,9-14; Lc 22,39-44

  1. Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!

Nel bellissimo inno eucaristico “Adoro te, devote”, di s. Tommaso d’Aquino, una strofa intera è dedicata al preziosissimo sangue di nostro Signore Gesù Cristo: “Pietoso pellicano, Gesù Signore, / purifica me peccatore col tuo sangue, / ne basta una sola goccia per salvare/ il mondo intero da ogni colpa”[1].

  1. L’immagine del “pio pellicano” è un simbolo classico che viene reinterpretato in senso cristiano. In natura la femmina del pellicano preme il becco sul proprio petto per far uscire il cibo dalla sacca che ha sotto il becco e poter così nutrire i propri piccoli. L’impressione che gli antichi ne hanno ricavato è che il pellicano si apra il petto per nutrire i suoi piccoli del proprio sangue. Fin dai primi secoli i cristiani hanno perciò visto nel pellicano un simbolo del Cristo che sulla croce apre il proprio petto per donare il proprio sangue ai suoi figli, per donare vita all’umanità, a ciascuno di noi. Troviamo questo tipo di raffigurazione in molti mosaici antichi, la troviamo anche qui a Gerusalemme: su un mosaico del Calvario, in un capitello in marmo al Cenacolo e anche qui nella basilica del Getsemani, sulla porticina del tabernacolo.
  1. Se abbiamo fatto attenzione alle letture proposte, ci viene indicato un percorso di riflessione che parte dalla Pasqua antica, passa per la Pasqua di Gesù e proietta la luce della Pasqua su tutta la storia attraverso la visione profetica dell’Apocalisse.

La Pasqua antica, di cui parla la prima lettura, è alla base della Pasqua celebrata da Gesù e da Lui viene portata a compimento nel suo significato più profondo. La Pasqua antica è chiara nell’esprimere il dramma – e potremmo dire anche il prezzo vitale – significato dal sangue dell’agnello spruzzato sugli stipiti delle case: “Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti; allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire” (cfr Es 12,23).

  1. Il brano dell’Apocalisse ci aiuta a comprendere che il passaggio di salvezza che porta ad attraversare la morte ed entrare nella vita stessa di Dio è però possibile non in virtù del sangue di un qualsiasi agnello, ma in virtù del sangue dell’Agnello con la “A” maiuscola, Gesù Cristo che ha offerto se stesso per amore del Padre e per amore nostro.

Nella descrizione dell’Apocalisse, sul trono ci sta l’Agnello, che in Ap 5,6 è descritto come immolato. Egli è l’unico capace di aprire il libro sigillato sette volte (Ap 6), è l’unico capace di offrire salvezza ed è l’unico il cui sangue possa lavare le nostre vesti (Ap 7). Detto in altri termini Gesù Cristo morto e risorto, che ha dato la sua vita per amore del Padre e per amore nostro; è l’unico ad avere un potere reale sul mondo e sulla storia; è l’unico che può aiutarci a comprendere il senso della storia e della nostra vita; ed è l’unico in grado di salvarci, di sottrarci al potere del male e della morte, facendoci la grazia di poter fare pasqua assieme a Lui e assieme a Lui entrare nella vita divina.

  1. Il dono della sua vita, che Gesù fa per la nostra salvezza, non si limita però al momento della morte in croce. Tutta la vita di Gesù è vita donata, fin dall’istante della sua concezione nel grembo verginale di Maria, per opera dello Spirito Santo a Nazareth.

La sua vita è vita donata anche quando vive nel nascondimento e lo è poi quando annuncia il Vangelo e quando opera guarigioni. Poi certo, il dono raggiunge il suo culmine quando Gesù si offre liberamente sulla croce e sceglie di consegnarsi totalmente nelle mani del Padre e attraversare l’esperienza del morire in nostro favore.

Così anche tutta la persona di Gesù è donata per noi. È donata la sua volontà, come evidenzia la sua preghiera qui nel Getsemani, e come evidenziano tutti i riferimenti al fatto che suo cibo è fare la volontà dal Padre (cfr Gv 4,34) e al fatto che si è incarnato per fare la volontà del Padre (cfr. Eb 10,7-10). Sono donati il suo corpo e il suo sangue, come Gesù indica nell’istituzione dell’Eucaristia (cfr Lc 22,14-20). E Gesù dona se stesso “mediante uno Spirito eterno”, come sottolinea la “Lettera agli Ebrei” quando dice che il Cristo offrì se stesso (cfr Eb 9,14).

  1. Cerchiamo allora di celebrare in modo consapevole il preziosissimo sangue del Signore e di riceverlo in modo adeguato: il dono del suo sangue è il dono della sua stessa vita per salvarci dalla morte e per introdurci nella vita divina.

Il teologo luterano Dietriech Bonhoeffer, condannato a morte e giustiziato il 9 aprile 1945 nelle carceri naziste, nel suo libro intitolato “Sequela”, mette in guardia da una visione superficiale della grazia, chiamandola “la grazia a buon prezzo”, cioè svalutata, e indica poi invece il valore vero della grazia, che lui chiama “a caro prezzo”. Le sue parole mi sembrano adatte, per analogia, anche per aiutarci a superare una visione superficiale del preziosissimo sangue del Signore. Scrive Bonhoeffer: “Grazia a buon prezzo [cioè svalutata] è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo senza disciplina di comunità, è Santa Cena senza confessione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato” (D. Bonhoeffer, Sequela, 13/209). Poco dopo esemplifica cosa significa “grazia a caro prezzo”, e lo fa in modo tale da aiutarci a capire, sempre per analogia, anche perché il sangue di nostro Signore Gesù Cristo è preziosissimo: “La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo - «siete stati comperati a caro prezzo» - e perché per noi non può valere poco ciò che a Dio è costato caro. È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la nostra vita, ma lo ha dato per noi” (D. Bonhoeffer, Sequela, 13/209).

  1. Nell’accostarci oggi al calice consideriamo ciò che riceviamo ricevendo il corpo del Signore e il suo preziosissimo sangue. Lasciamoci aiutare da un grande vescovo di questa città, vissuto qui nel IV secolo, san Cirillo di Gerusalemme, che in una delle sue catechesi ci esorta: «Dopo aver comunicato al corpo di Cristo accostati al calice del suo sangue… e santifica te stesso prendendo il sangue di Cristo. Asciuga con la mano l’umidità rimasta sulle tue labbra e santifica, toccandoli, la tua fronte, i tuoi occhi e gli organi dei tuoi sensi. E rendi grazie a Dio che ti ha giudicato degno di partecipare a tali misteri» (cfr Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche, 5, 22: PG 33, 1125).

 

[1] “Pie pellicáne, Jesu Dómine, / Me immúndum munda tuo sánguine, / Cujus una stilla salvum fácere, / Totum mundum quit ab ómni scélere”.