Credere, riconoscere, ringraziare

Domenica XXVIII del tempo ordinario C

Continua la collaborazione tra VITA TRENTINA  e fr. Francesco Patton, Custode di Terra Santa nella rubrica "In ascolto della Parola". 

 

2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

«Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato». Lc 17,19

Le letture di questa domenica ci fanno riprendere il cammino lì dove l’avevamo sospeso la scorsa settimana. Siamo invitati a comprendere che fede, riconoscenza e gratitudine sono atteggiamenti strettamente connessi tra di loro. 

I racconti di guarigioni di lebbrosi proposti dalla liturgia di questa domenica ci fanno scoprire il legame esistente tra credere, riconoscere e ringraziare. Naaman Siro (prima lettura) era un ufficiale arameo malato di lebbra che si era recato in Israele per essere guarito dal profeta Eliseo. È uno straniero, un non-israelita che deve imparare a fidarsi di Dio e della sua Parola per poter sperimentare la guarigione. Dopo la guarigione vuole “pagare” il profeta, che però non accetta nessun dono: è stato Dio a guarire Naaman, e costui deve imparare a ringraziare Lui e Lui solo. La malattia è diventata per questo ufficiale una via alla fede e la fede ha educato Naaman a riconoscere Dio e ringraziarlo. Questo primo aspetto dovrebbe aiutarci a verificare e purificare anche il nostro modo di rivolgerci a Dio per chiedergli qualche grazia: non esiste una tariffa per la grazia, perché la grazia non è in commercio ma – come dice il nome stesso – è gratuita e l’unico suo “prezzo” è il fidarsi di Dio.

I dieci lebbrosi (vangelo) si rivolgono a Gesù ritenendolo un grande uomo, un profeta, un maestro: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!» (Lc 17,13). Gesù chiede loro di fidarsi della sua parola e recarsi dai sacerdoti, come se fossero già stati guariti, per mettere in pratica le prescrizioni della Legge in caso di guarigione (cfr. Lv 14). I dieci lebbrosi lo fanno e, lungo la strada, guariscono. Solo uno però ritorna da Gesù per ringraziare. È un samaritano, uno «straniero». Per nove lebbrosi la fede è durata finché è durato il tornaconto e si è conclusa con l’adempimento degli obblighi legali che avrebbero loro consentito di rientrare nella società. Per un solo lebbroso la guarigione si è trasformata in salvezza e la fede è diventata via al riconoscimento di Gesù come Signore e alla gratitudine adorante nei suoi confronti. Il racconto sembra dirci – con una certa amarezza – che nove volte su dieci nemmeno noi ci rendiamo conto del bene che ci viene fatto. Nove volte su dieci non sappiamo dire grazie, né a Dio né alle persone.

Un’ultima annotazione fa risaltare la differenza tra Eliseo e Gesù. Eliseo sa di non poter accettare i doni di Naaman Siro perché autore della guarigione, meritevole di ringraziamento, è soltanto Dio. Gesù accoglie la gratitudine e l’adorazione del samaritano che in Lui «rende gloria a Dio» e si stupisce dell’ingratitudine degli altri nove che credono (forse) di essere stati guariti per l’osservanza della Legge anziché per l’obbedienza alla parola di Gesù. Che lo Spirito Santo renda anche noi capaci di credere in Gesù, fidandoci di lui e affidandoci a lui, che ci renda capaci di riconoscere il bene che lui ci fa e che ci renda persone eucaristiche, cioè capaci di ringraziare e adorare Dio continuamente.

di fr. Francesco Patton, ofm

Custode di Terra Santa