Per un cammino Eucaristico

Omelia per la S. Messa dei Santi Simeone e Cleofa

Letture: Sap 6,12-16; Sal 62,2-8; At 5,27b-32.40-41; Lc 24,13-35

Carissimi fratelli e sorelle,

Il Signore vi dia Pace!

  1. È bello poter essere qui ad Emmaus per la festa dei Santi Simeone e Cleofa che ci invitano a rileggere la nostra vita, la vita delle nostre fraternità, della Chiesa e dell’umanità intera come un cammino, come un evento pasquale e al tempo stesso come un’unica, attuale e continua, celebrazione eucaristica.

Questi due discepoli sono il nostro specchio, sono lo specchio delle nostre comunità, della Chiesa e dell’umanità. Non a caso sono diventati il simbolo della Chiesa sinodale. Non sono però uno specchio qualsiasi, ma uno specchio che ci restituisce un’immagine della vita stessa come cammino pasquale ed eucaristico. È uno specchio che ci permette di interpretare alla luce della Pasqua ogni situazione apparentemente fallimentare.

Proviamo a identificare alcuni passaggi essenziali e progressivi di questo cammino.

  1. Per prima cosa dobbiamo essere capaci di riconoscere ed esplicitare la situazione che stiamo vivendo, così come la percepiamo. Anche noi come Simeone e Cleofa nel leggere la situazione presente cogliamo lo stesso senso di fallimento e di frustrazione. Le cose non vanno affatto bene. Viviamo in una terra che dovrebbe trasmettere pace e speranza al mondo intero ed è invece ancora preda di un conflitto che sembra senza soluzione. Siamo circondati da paesi devastati da guerre decennali e endemiche, dalla crisi economica, da tanti mali sociali. E come se non bastasse, nel mondo intero ecco nuovi conflitti a destabilizzare una situazione già abbastanza scossa dalla pandemia. La Chiesa stessa sembra attraversare una stagione di crisi profonda: gli scandali minano la credibilità dell’istituzione, la confusione sembra serpeggiare tra i fedeli ma anche tra i pastori, uno scisma non più tanto silenzioso porta molti ad andarsene. A livello personale poi vediamo che noi pure continuiamo a essere incoerenti, succubi della nostra fragilità, insoddisfatti e stanchi. Sembra che “speranza” sia diventata una parola vuota. A prima vista, questo è ciò che percepiamo.
  1. Come Simeone e Cleofa dobbiamo però poi permettere anche noi a Gesù di illuminare la nostra situazione con la sua parola e con la parola delle Scritture, per farci passare dalla lamentazione sterile all’assunzione di una nuova chiave di lettura, che è quella pasquale. Tutte queste difficoltà, e anche gli apparenti fallimenti, non fanno forse parte di un mistero di morte e risurrezione che si è compiuto nel Cristo, che deve compiersi nella Chiesa e nell’umanità, che deve compiersi in modo personale anche nella vita di ciascuno di noi? Non deve forse trovare compimento anche in noi il mistero pasquale? Non deve trovare compimento nella Chiesa e nel mondo? E quale altra via c’è perché il mistero pasquale trovi compimento se non quella dell’apparente umano fallimento? E cosa dicono le parole di Gesù e quelle delle Scritture alla nostra situazione? Ci dicono che per poter fare una lettura pasquale del presente è necessario che accettiamo prima la croce del venerdì santo e il silenzio – che è il silenzio della morte e dell’attesa – del sabato santo. Solo il terzo giorno la risurrezione manifesta la vittoria della vita sulla morte. Questo è stato il percorso del Cristo. Questo è il percorso della Chiesa e dell’umanità. Questo è il percorso di ognuno di noi. Solo se entriamo in questa prospettiva le Scritture ci riscaldano il cuore e anche il lamentarsi con Dio può diventare preghiera fiduciosa.
  1. Per fare della vita un cammino pasquale ed eucaristico è però necessario un passo ulteriore: è necessario che l’incontro tra di noi e con Gesù diventi comunione, condivisione, capacità di spezzare insieme il pane. Mi sono chiesto tante volte perché Luca ci dica che i discepoli hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Credo che sia accaduto ai due di Emmaus qualcosa di simile a ciò che è accaduto alla Maddalena il mattino dello stesso giorno. Lei, al Sepolcro scambia Gesù risorto per un ortolano. Non è nemmeno pensabile che quello sia Gesù, perché in fondo non crede che possa essere risorto. Infatti, all’inizio non lo riconosce dall’aspetto né dalla voce, ma solo quando viene chiamata per nome scatta qualcosa dentro il cuore che la porta a riconoscere il Maestro. Così i due di Emmaus non riconoscono Gesù mentre cammina con loro, né dall’aspetto né dalla voce. Anche per loro infatti risorgere è impensabile. Le parole di Gesù, compresi i rimproveri e soprattutto la spiegazione del senso pasquale di tutte le Scritture, li hanno predisposti al riconoscimento, che scatta – questa volta – grazie a un gesto: quello di spezzare il pane. Come il modo in cui Gesù chiama per nome invitando a entrare in relazione con Lui è unico, così anche il modo in cui Lui spezza il pane e si dona, è unico. Ma c’è anche un altro motivo per cui Luca ci dice che i discepoli lo riconobbero nello spezzare il pane, ed è perché anche noi impariamo a riconoscerlo nello stesso gesto: qui durante l’Eucaristia, ma anche in ogni gesto concreto di condivisione e dono.
  1. Da questa esperienza scaturisce un nuovo slancio missionario, che non è fatto anzitutto di piani e progetti umani ma è il frutto spontaneo dell’incontro con il Signore risorto, è la conseguenza dell’aver permesso al Cristo di farci ardere il cuore mentre ci spiega le Scritture, è l’effetto dell’averlo riconosciuto nello spezzare il pane, in un contesto conviviale, familiare e fraterno.

 

  1. Il cammino personale, quello della nostra comunità, quello della Chiesa, il cammino del mondo intero, se letti in chiave pasquale non sono più semplicemente un cumulo immondo di disastri ambientali e di cronaca nera, di guerre senza fine e di conflitti senza soluzione, di fallimenti e scandali. No! Diventano il luogo concreto e dinamico in cui incontriamo il Risorto, in cui impariamo a leggere alla luce della sua passione, morte e risurrezione anche la nostra vita, quella della Chiesa e dell’umanità. È questa la speranza di cui abbiamo bisogno e che dobbiamo imparare a testimoniare.
  1. Concludo con un frammento di preghiera ispirata al cammino dei santi Simeone e Cleofa composta ormai molti anni fa dal Cardinal Martini. È una preghiera che ci fa intuire come il cammino di Emmaus non sia esaurito ma debba ancora e continuamente compiersi in noi:

“Quando, sul far della sera, tu avevi accennato a proseguire il tuo cammino oltre Emmaus, noi ti pregammo di restare.

Ti rivolgeremo questa preghiera, spontanea e appassionata, infinite altre volte nella sera del nostro smarrimento, del nostro dolore, del nostro immenso desiderio di te. Ma ora comprendiamo che essa non raggiunge la verità ultima del nostro rapporto con te. Infatti, tu sei sempre con noi. Siamo noi, invece, che non sempre restiamo con te, non dimoriamo in te. Per questo non sappiamo diventare la tua presenza accanto ai fratelli.

Per questo, o Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l'ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione” (C.M. Martini, Partenza da Emmaus, Milano 1983).